NOI E IL COVID: NON ABBASSIAMO LA GUARDIA. Intervista all'ematologo Restifo

mercoledì, luglio 15, 2020

@UnitedNations (Unsplash)

Domenico Restifo
, 63 anni, è un ematologo originario di Reggio Calabria che ha lavorato negli ospedali di Merate (Lecco) e Vimercate (Monza e Brianza). Da gennaio 2020 è in pensione, ma due mesi dopo, all'inizio del lockdown per il Covid-19, è stato chiamato a un lavoro volontario molto delicato: assistere telefonicamente i parenti dei malati ricoverati nel reparto Covid dell'Ospedale di Vimercate, che come molte strutture ospedaliere lombarde ha vissuto momenti molto drammatici tra marzo e maggio 2020. Daniele Biella, giornalista coordinatore di Sguardi Resilienti, ha intervistato Restifo (in una diretta facebook che si può rivedere a questo link) per parlare di questa sua esperienza in prima persona ma anche di altri temi importanti: a che punto siamo con la lotta alla pandemia, quali sono i comportamenti migliori da tenere ora e come fare per non farsi ingannare dalla fake news che imperversano anche sul tema del Coronavirus.

Durante il lockdown hai incrociato la paura e il dolore di molte famiglie. Quali sono le immagini più ricorrenti di quel periodo?
Gestire le relazioni con i familiari dei pazienti è stato importante anche per sgravare i colleghi in prima linea dalle telefonate ai parenti, così che rimanessero concentrati sul loro lavoro. Eravamo un gruppo di persone, personale medico e non, che ha coperto un’esigenza comunicativa: appena ci arrivava dal reparto in via informatica la cartella clinica dei pazienti, chiamavamo i parenti. L’immagine più forte che ho è una “non immagine”, o meglio l’immaginazione… ho parlato al telefono, infatti, con persone che non conoscevo e non ho mai visto dal vivo, tutti i giorni: figli, fratelli, mogli, a cui a volte dovevo comunicare il peggioramento delle condizioni del proprio caro o anche il decesso. Nemmeno le persone malate ho conosciuto. È stata un’esperienza molto forte, invito tutti a pensare a questi aspetti. Un’altra immagine significativa che mi porto dentro sono proprio quelle cartelle cliniche: i tabulati arrivavano verso le 11 ed era come un vero e proprio bollettino, dato che ci scambiavamo informazioni su chi era rimasto in vita, su quali parenti avevano chiamato e quando. Infine, ho molto chiara la visione di quando tornavo a casa nel pomeriggio, nel silenzio del lockdown della mia casa di Bernareggio, in Brianza: sentivo spesso le campane a lutto e ancora silenzio, prima di trovare conforto nel calore della mia famiglia. Sono immagini mentali fortissime.














Nel libro “Emozioni Virali” (Il Pensiero Scientifico Editore), che arriva proprio il 15 luglio 2020 nelle librerie, c’è un tuo contributo in cui parli anche di questi aspetti. Come è nata la pubblicazione?
In questi mesi si è creato un un gruppo di centomila medici che si scambia impressioni sul virus, e anche chi è stato ricoverato per Covid racconta il proprio vissuto. Ho imparato anch’io molto, perché ognuno portava la sua esperienza sulla base della sua specializzazione. L’idea del libro è nata per approfondire soprattutto l’esperienza umana, non medica: sono una quarantina di racconti che voglio pubblicizzare in particolare perché i fondi saranno devoluti ai parenti dei colleghi deceduti. Per quanto riguarda il mio brano, mi fa piacere che sia stato apprezzato e inserito: l’ho scritto a fine aprile, nel pieno della pandemia, ho raccontato quello che sentivo dentro.

Noi e la pandemia: i mesi chiusi in casa, i cambiamenti attuali e i dubbi sul futuro: tra paure, preoccupazione, incertezza ma anche voglia di leggerezza qual è il comportamento migliore possibile da tenere?
Non sono un virologo, ma da medico di concetto valuto che bisogna continuare a tenere la guardia alta. Che sicuramente non vuol dire un altro lockdown, perché la chiusura totale c’è già stata e ha dato buoni risultati che vediamo adesso nei pochi ricoveri e nel bassissimo numero di persone in terapia intensiva. Cosa pensare per i prossimi mesi, più libertà? Dico di fare attenzione: manteniamo il distanziamento e la mascherina a distanza ravvicinata, mentre a grandi distanze invece non serve (dal 15 luglio anche in Lombardia non è più obbligatoria all’aperto a meno di assembramenti, ndr). Ricordiamoci che il Covid non è scomparso, è rimasto in un cantuccio, magari per motivi biologici, è difficile dirlo dato che il rapporto tra uomo e virus è sempre particolare e complesso, su questo consiglio il libro coinvolgente “Spillover, l’evoluzione delle pandemie”, del virologo statunitense David Quammen, scritto con linguaggio adatto a tutti. Virus come il Covid-19 ci sono stati e ci saranno nella storia, dobbiamo far sì che infetti meno persone possibili, purtroppo però anche in questo caso il virus ha ucciso in tutto il mondo nel mondo centinaia di migliaia di persone, in particolare soggetti fragili. Detto questo, la virulenza di questo coronavirus non tornerà mai come a marzo e aprile 2020, perché ora l’abbiamo conosciuto, ci sono i protocolli e gli stessi medici lo affrontano diversamente dall’inizio in cui purtroppo i medici sono stati molto più a contatto fisico con i contagiati, per esempio visitando a faccia nuda persone altamente infettive. Invito quindi tutti a mantenere alta l’attenzione ma senza essere terrorizzati.

Le informazioni che arrivano sul virus sono da verificare e tu di questo aspetto ne parli molto sul tuo profilo facebook: ricordo un post molto condiviso sul tema del plasma, che conosci da vicino in quanto ematologo. Quali consigli daresti per non finire preda di fake news, propaganda politica o per non rischiare la deriva del complottismo?
Questo argomento è il più delicato anche in questa fase. Nel nostro gruppo dei centomila medici c’è sempre stata una fortissima critica nei confronti di professori e scienziati che hanno parlato a livello pubblico, a volte contraddicendosi, magari per rivalità, nel giro di poco tempo: è stato un grave errore per la nostra classe medica. La discussione deve avvenire in una logica collaborativa, e faccio l’esempio del nostro ospedale di Vimercate: le piccole cose fatte in ambito medico per provare a migliorare la situazione sono le stesse che hanno fatto anche a Wuhan come a Los Angeles, ciò significa che si va tutti nella stessa direzione ammettendo però che non si è trovata una soluzione generale. Per questo mi fa imbestialire chi parla ai media di cura risolutiva: di certo a volte le dichiarazioni sono usate a livello politico per creare contrapposizione o a livello mediatico per “fare uno scoop” magari in buona fede, ma in tal modo nuoce a tutti. Io consiglio di tenere come riferimento l’ISS, Istituto Superiore di Sanità: che piaccia o meno fa è l’autorità istituzionale, sono loro le persone deputate a darci indicazioni, e ciò vale anche per chi guida le Regioni o il Governo, anche se siamo dall’altra parte rispetto al colore politico. Cosa può fare quindi il cittadino di fronte a una notizia? La deve sempre un po’ “filtrare”.

La prospettiva diversa con cui si guarda al Covid a seconda del luogo dove vivi è un tema che probabilmente hai vissuto anche tu di recente in Calabria essendo appena tornato dalla visita ai tuoi parenti dopo i mesi del lockdown. Per esempio in Lombardia chiusi in casa e tanti morti, altrove il virus è un eco lontano. Come tenere unite queste diverse parti d’Italia con una narrazione il più possibile “condivisa”?
La mia esperienza diretta mi porta a dire che siamo comunque molto uniti, nonostante le differenze. Nel mio territorio calabrese sono rimasto sconvolto positivamente per la serietà nel seguire le regole, benché lì ci sia stata un’inezia di contagi rispetto alla Lombardia. Hanno rispettato il lockdown, mio fratello anche lui medico mi ha detto di Reggio Calabria deserta durante la quarantena generale. Certo ho visto in un lido un assembramento, ma sono eccezioni di un comportamento in generale corretto. Entrato in un negozio in cui c’era già una persona, per esempio, mi è stato detto di rimanere fuori. Ci sono state polemiche tra le varie Regioni sulle decisioni per non “importare” contagi, ma fortunatamente non mi pare si sia creato alla fine questo tipo di problema. Anche a me è stata fatta la battuta “non dire che vieni da Milano”, ma nel concreto nulla da dire. Nelle zone fuori dalla Lombardia e della altre zone più colpite la percezione del dramma non c’è stata? Può darsi, ma è arrivata la paura di quello che sarebbe potuto accadere e in qualche modo è servita, perché la bassa ricettività degli ospedali in alcune zone del sud, per esempio, avrebbe scatenato una sorta di guerra civile devastante.

È sconsigliabile attualmente il viaggio di vacanza, per esempio nella pausa scolastica, nei Paesi di origine, come il caso del Bangladesh, da cui un gruppo di persone è tornato in Italia infetto?
Ora sì. Se la curva dei contagi rimane quella attuale non bisogna viaggiare da e per quei Paesi, così come anche tra Stati degli Usa, per esempio. Bisogna vedere l’evoluzione è da lì si potranno fare le scelte politiche sui viaggi tra Nazioni. Pensiamo alla “spagnola”: ha fatto tre volte il giro del mondo, certo era in un’altra epoca, un secolo fa c’erano altre condizioni igieniche e meno avanzamenti medici, ma, ribadisco, bisogna tenere alta la guardia.

Ultima domanda: a che punto siamo oggi con lo studio medico, per esempio il vaccino contro il Covid-19 arriverà?
Il vaccino forse arriverà ed è la nostra speranza. Però potrebbe essere inutile, perché nel frattempo il virus muta. Quando arriverà? Lo scienziato immunologo italoamericano Anthony Fauci, che ritengo molto autorevole, dice che dovrebbe arrivare a inizio 2021 e nella “corsa” al vaccino ci sono anche molte aziende italiane. A conti fatti, dico una cosa: un vaccino utile c’è già ed è quello contro l’influenza. Lo dico perché i sintomi due malattie sono sovrapponibili, e quindi se una persona ha fatto il vaccino antinfluenzale ma rimane con tosse e febbre si potrebbe sospettare che abbia il coronavirus, per esempio. Consiglio una vaccinazione antinfluenzale di massa, perché questo autunno sicuramente non ci sarà il vaccino anti Covid-19. E il livello di preoccupazione dei medici rimane molto alto: in tanti hanno vissuto un’esperienza brutale, il personale ospedaliero ma anche i medici di base, e molti colleghi non si sentono ancora tranquilli a salire sui treni, per esempio. Questa è una spia del fatto che non si può ancora dire che la pandemia è finita. Per nulla.


Link alla videointervista su Youtube: https://www.youtube.com/watch?v=1P2ddrw4_ko


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